“Tutto quello che fa male ti fa bene”
In un momento in cui l’utilizzo dei mondi virtuali in ambito didattico suscita curiosità ma anche tante perplessità , il libro di Steven Johnson “Tutto quello che fa male ti fa bene – Perchè la televisione, i videogiochi e il cinema ci rendono più intelligenti” prova a fare un pò di chiarezza, attraverso un’analisi scientifica condotta con stile originale, divertente e provocatorio.
Rimando alla scheda del libro (vedi sopra) per l’abstract, mentre qui ci soffermiamo su un aspetto in particolare:
Lo studioso arriva ben presto a non sorprendersi che i nuovi media di qualsiasi periodo siano catalogati come ‘pseudo’ da coloro che hanno assorbito i modelli dei media precedenti, qualunque essi fossero.
Steven Johnson, studioso di scienze cognitive e divulgatore degli sviluppi delle nuove tecnologie, inizia da questa citazione per arrivare a contestare la oramai storica accusa mossa a televisione, videogiochi e (recentemente) mondi virtuali, colpevoli di un impoverimento culturale delle nuove generazioni.
Quello che Johnson contesta è, in questo ambito, il metodo degli accusatori: si possono giudicare i nuovi media tramite criteri disegnati per valutare la lettura di un romanzo?
Per chiarire meglio, l’autore ci propone un singolare esperimento: immaginate un mondo alternativo identico al nostro fatta eccezione per un cambiamento tecno-storico: i videogiochi sono stati inventati e diffusi prima dei libri.
In questo universo parallelo, i bambini da secoli giocano con i videogame e a un certo punto arrivano questi testi impaginati che subito fanno furore.
Che cosa direbbero gli insegnanti, i genitori e le autorità culturali di questa frenesia per la lettura?
Il sospetto dell’autore (volutamente esagerato e provocatorio) è che i loro interventi suonerebbero più o meno così:
Leggere libri sottostimola cronicamente i sensi. A differenza della lunga tradizione dei videogiochi – che assorbono il bambino in un mondo vivido, tridimensionale, pieno di immagini in movimento e paesaggi sonori, che si esplora e si controlla attraverso complessi movimenti muscolari – i libri sono semplicemente un’inutile striscia di parole su una pagina. Durante la lettura viene attivata soltanto una piccola parte del cervello dedicata all’elaborazione del linguaggio scritto, mentre i videogiochi impegnano l’intera gamma delle cortecce sensoriali e motorie.
I libri inoltre portano tragicamente a isolarsi. Mentre i videogiochi da anni impegnano i giovani in complesse relazioni sociali con i loro coetanei, che costruiscono ed esplorano mondi insieme, i libri costringono il bambino a rinchiudersi in uno spazio silenzioso, lontano dall’interazione con altri bambini. Queste nuove “biblioteche” che sono sorte negli ultimi anni per facilitare le attività di lettura sono spaventose alla vista: decine di ragazzini, normalmente vivaci e socialmente interattivi, seduti soli in degli stanzini, a leggere in silenzio, incuranti dei propri coetanei.
Molti bambini amano leggere libri, ovviamente, e di certo alcuni voli di fantasia trasmessi dalla lettura hanno i loro meriti. Ma per una considerevole percentuale della popolazione, i libri sono assolutamente discriminatori. La mania della lettura degli ultimi anni è una crudele derisione per i 10 milioni di americani che soffrono di dislessia: una condizione che non esisteva nemmeno in quanto tale prima che il testo stampato facesse la sua comparsa a stigmatizzare chi ne è affetto.
Ma forse la caratteristica più pericolosa di questi libri è il fatto che seguono un percorso lineare fisso. Non è possibile controllarne la narrazione in alcun modo: ci si siede semplicemente in disparte e la storia viene imposta. Per chi di noi è cresciuto con la narrazione interattiva, questa caratteristica può sembrare incredibile. Perchè dovremmo imbarcarci in un’avventura totalmente preparata da un’altra persona? Eppure la generazione di oggi lo fa milioni di volte al giorno. Questo rischia di instillare una passività generale nei nostri figli, facendoli sentire impotenti di cambiare gli eventi.
Leggere non è un processo attivo, partecipatorio; è un processo remissivo. I lettori di libri della generazione dei giovani stanno imparando a “seguire la trama” invece di imparare a condurla.
Vi consiglio la lettura del libro. Ne vale veramente la pena.
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